01 maggio 2017

Le origini del 1° maggio


Bandiera della federazione americana del lavoro, via @PrSvernagovich

Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all'ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l'assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell'ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell'Haymarket Square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando da una traversa fu lanciata una bomba che provocò la morte di sei poliziotti e ferendone una cinquantina. A quel punto la polizia sparò sui manifestanti. Nessuno ha mai saputo né il numero delle vittime né chi sia stato a lanciare la bomba. Fu il primo attentato alla dinamite nella storia degli Stati Uniti.
Il 20 agosto 1887 fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte (in seguito a pressioni internazionali la condanna a morte di Fielden e Schwab fu commutata in ergastolo; il cancelliere Otto von Bismarck proibì tutte le manifestazioni in favore degli accusati di Haymarket); Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni. Otto uomini condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte.
L'11 novembre 1887 furono impiccati a Chicago. Le ultime parole pronunciate furono:
  • Spies: «Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!»
  • Fischer: «Hoch die Anarchie!» (Viva l'anarchia!)
  • Engel: «Urrà per l'anarchia!»
  • Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: «Lasciate che si senta la voce del popolo!»
(via Wikipedia)

07 marzo 2017

Lea Garofalo: una madre contro la 'ndrangheta

Raccontare le storie di mafia non è mai semplice. Non è solo una questione di cronaca, ma soprattutto evitare il rischio di esaltare i criminali. Ad esempio in Calabria, soprattutto nelle zone di maggiore insediamento delle 'ndrine, fasce abbastanza ampie della popolazione locale sono in qualche modo vicine ai criminali, vuoi per una sorta di falsa tradizione (la 'ndrangheta, dimostrando di possedere capacità di marketing avanzate ben prima che si potesse parlare di marketing propriamente detto, ha diffuso la falsa idea di essere la diretta discendente del brigantaggio), vuoi per una risposta più rapida ai problemi della gente rispetto allo stato, vuoi per il forte, quasi oppressivo senso della famiglia che permea la società calabrese.
In questo senso la vita di Lea Garofalo è emblematica: la giovane si lega, infatti, a Carlo Cosco che rappresenta il sogno di andare via da Petilia Policastro e dalla Calabria, di abbandonare la sua famiglia mafiosa, tipica rappresentante di quella società tradizionalista che è quella della provincia calabrese.
Questo desiderio di fuga prima e il forte istinto materno che, poi, la porterà ad allontanarsi e quindi a denunciare Carlo, padre della figlia Denise, viene ottimamente reso da Ilaria Ferramosca e Chiara Abastanotti in Lea Garofalo. Una madre contro la 'ndrangheta.
Lo stile della Abastanotti, molto vicino nel tratto a Marjane Satrapi, risulta efficace soprattutto grazie alla scelta di pubblicare le matite senza alcuna inchiostratura. Questa scelta permette un uso delle sfumature efficace sia nelle scene più oppressive sia in quelle più evocative.
D'altra parte la ricostruzione realizzata da Ilaria Ferramosca si muove su un doppio binario narrativo: da un lato una sorta di inchiesta giudiziaria narrata dalla voce dei protagonisti, Denise su tutti, come se questi venissero interrogati, dall'altro il racconto romanzato degli episodi chiave della lotta di Lea Garofalo contro la 'ndrina dell'ex-compagno.
Nel complesso un libro ben scritto sebbene non semplice da leggere, non solo per l'argomento trattato, ma anche per la scelta di modificare in alcuni punti lo stile della narrazione, passando da una lettura classica ad alcune pagine in cui le testimonianze e gli episodi di riferimento sono inseriti nella stessa pagina su due colonne che scorrono in parallelo dall'alto in basso. Non sempre in queste pagine la lettura in colonna risulta efficace, mentre la lettura classica destra-sinistra sembra più utile rispetto a quanto suggerito dalla struttura della griglia.
Ad ogni buon conto resta una storia da leggere e conoscere, anche sotto forma di un fumetto realizzato innanzitutto con il cuore.

21 febbraio 2017

Alan Moore e le cospirazioni

Il fatto principale che ho imparato riguardo la teoria delle cospirazioni è che i corspirazionisti credono in una cospirazione perché ciò è più confortante. La vertità sul modno è che è caotico.
La verità è molto più spaventosa, nessuno è sotto controllo. Il mondo è senza timone...
Alan Moore
(via lospaziobianco)

14 febbraio 2017

Per non cancellare la Lavagna

Quando accade qualcosa nel mondo della scuola mi sento sempre, in parte, coinvolto, anche quando, come in questo momento, non sto insegnando. La scuola sta diventando un luogo sempre più pericoloso, sia per gli studenti sia per gli insegnanti. Esempio lampante di questi giorni è ciò che è avvenuta a Lavagna, in provincia di Genova: un ragazzo di sedici anni viene trovato con dieci grammi di hashish in tasca all'uscita della scuola. Oltre a quelle che, immagino, sono state le segnalazioni di rito, la conseguenza del fermo è stata la perquisizione della casa di famiglia, un po' come se la guardia di finanza avesse fermato un piccolo spacciatore e non un adolescente che, semplicemente, aveva bisogno di comprendere il senso di tutta la storia in cui era sfortunatamente finito. In parole semplici: è avvenuta la criminalizzazione di un ragazzo che stava semplicemente cercando di imparare a vivere. E, purtroppo, non ha imparato nulla, se non la vergogna, quell'insopportabile vergogna che solo un volo di tre piani ti sembra di poter cancellare.
Avendo frequentato le scuole per un po' di tempo, so perfettamente che la maggior parte della prevenzione sull'argomento, che poi è quello che andrebbe fatto, ricade soprattuto sui vigili urbani e, in parte un po' minore, sui carabinieri. Di fatto sono delle piccole lezioni (a volte una giornata scolastica, altre un ciclo su più giorni) sulle conseguenze dell'uso delle droghe e sulle conseguenze legali in caso di fermo. Il format di queste "lezioni sulla legalità" è complesso e prevede che vengano gestite da personale esperto e interessato alla materia, che è molto più delicata di quel che si possa credere poiché coinvolge adolescenti in generale e minori in particolare (le due categorie non sono esattamente sovrapponibili, ma a mio parere dovrebbero). E non è sempre scontato trovare componenti delle forze dell'ordine innanzitutto disposti a lavorare con le scuole e quindi in grado di dialogare con i ragazzi: è cosa, purtroppo, rara.
Inoltre, ascoltando queste lezioni, se la memoria non mi difetta, per qualunque azione non aministrativa, bisogna passare attraverso il tribunale dei minori e affidarsi, quindi, al personale qualificato per trattare in casi simili.
Quanto tuto questo venga meso in pratica (e da quanti all'interno delle forze dell'ordine) non lo so, ma sembrerebbe che siano piuttosto pochi...
Su tutta questa storia vi lascio con quanto scritto da @zerofanzine su twitter:
#Lavagna tutelare il minore? Le SS con i cani che ti prelevano in classe e ti trascinano a casa per trovare altre prove e rovinarti meglio. [1]
Bisogna fare qualcosa. Questo abominio non.può passare sotto silenzio. Bisogna fornire strategie di difesa ai ragazzi come prima cosa. [2]
#Lavagna me la prendo, prima ancora che con gli agenti coinvolti, con i loro vertici e con chi ha deciso questa pratica da SS del cazzo. [3]
Una pratica da SS che non ha alcun altro scopo se non dare "punizioni di esempio" perché la paura contenga il fenomeno [4], il che vanifica completamente qualsiasi intervento di tipo sociale ed educativo perché sono minori, non idioti. Il msg: quel che mi dici [5] sulle droghe è falso perché sei un ipocrita che giustifica chi mi usa una violenza disintegra tutto alla radice. [6]

07 febbraio 2017

Il banchiere anarchico

La prima volta che ho incontrato Il banchiere anarchico di Fernando Pessoa è stato a teatro (non chiedetemi quale... non lo ricordo). Di fatto era un monologo, proprio come il testo originale, un racconto breve in cui un banchiere prova a dimostrare al suo ascoltatore che egli non solo è un anarchico vero, ma che l'unico mestiere che un anarchco può intraprendere è proprio quello del banchiere, perché solo in questo modo è in grado di distruggere la convenzione sociale che maggiormente schiavizza gli esseri umani: il denaro.
In effetti l'idea di Pessoa sembra quella di mettere in cattiva luce l'anarchismo attraverso un personaggio sostanzialmente egoista. E così, nonostante l'utilizzo di alcuni elementi dell'anarchismo e fondando le proprie azioni sulla convinzione che l'anarchia è in un certo senso la condizione naturale dell'uomo, la scelta del protagonista del racconto più che conseguenza logica del suo ragionamento sembra una scelta egoistica.
Il punto, però, è esattamente questo: da un lato possiamo anche considerare che una società senza un leader, o in cui più che un leader sono importanti le figure di riferimento identificate in coloro con una maggiore esperienza, come avviene nelle società di cacciatori-raccoglitori, ma dall'altro il libertarismo è soprattutto cultura, tanto quanto le criticate convenzioni sociali.
Essere libertari, rispettare la libertà individuale, innanzitutto quella altrui, è una scelta che supera gli istinti egoistici, questi sì naturali. E' proprio questo, alla fin fine, il punto debole de Il banchiere anarchico: l'anarchia è una scelta culturale, in generale ben più difficile da mantenere di qualunque condizione naturale.