Quando perde un fascio è sempre una buona notizia! Tuttavia...

  Quando perde un fascio è sempre una buona notizia! La sonora disfatta dell'ultra-nazionalista Orban, alle elezioni di ieri in Ungheria, è certamente un fatto positivo, tuttavia non riusciamo ad accodarci ai giubili dei sinistrati nazionali, locali e un po' provincialotti che tronfi della disfatta del miglior amico di Giorgia e Matteo (che sempre di più si conferma come il re Mida al contrario, il suo sostegno equivale al bacio della morte!), esultano al grido di "il tempo della destra è finito".  Cerchiamo di essere chiari: a trionfare è stato un politico della destra conservatrice,  Petér Magyar è infatti cresciuto politicamente e organicamente nel partito di Orban, il suo unico lato positivo, a detta dei giubilanti, sarebbe quello di essere a favore dell'Europa. Quello che ci viene spontaneo chiederci a questo punto è: quale Europa? Quella che appoggia incondizionatamente Israele? Quella del piano Rearm Europe? Quella delle manovre lacrime e sangue fatta a col...

La fabbrica degli eroi.


"Felice quel paese che non ha bisogno di eroi", questa era la frase che più di altre esprimeva lo stato d'animo di tanta parte della sinistra istituzionale quando, negli anni del dopoguerra, era alle prese con celebrazioni di stampo militare, inaugurazione di monumenti ai caduti, ecc.
Era sottinteso con essa il rifiuto della retorica militarista che sulla figura eroica, il gesto eroico, è sempre riuscita a coinvolgere buona parte degli entusiasmi giovanili per spingerli al massacro, sull'onda di quel "dolce et decorum est pro patria mori" che è sempre stato il motivetto che ha affiancato lo sventolio delle bandiere nell'accompagnare a destinazione le casse da morto.
Non aver bisogno di eroi era ed è un'affermazione di umanità contro la mostruosità della guerra.
Oggi è evidentemente diverso per chi ha occupato gli scranni del governo.
"Eroe" è stato infatti definito da Prodi, il maresciallo Paladini morto in Afganistan, subito imitato dalla retorica de l'Unità, del TG3, tanto per restare in ambito governativo "di sinistra" e paradossalmente sconfessato da quell'ufficiale comandante che da Piacenza, sede del reggimento del genio pontieri al quale apparteneva il Paladini, ha affermato ad un telegiornale che il maresciallo è morto da soldato, non da eroe, perché il morire fa parte del rischio di chi veste una divisa.
In sostanza Paladini è un morto sul "lavoro". Un "lavoro" particolare, nell'ambito di una coalizione che occupa un paese e che distribuisce morti, prevalentemente civili, a destra e a manca, ma pur sempre un "lavoro", il famoso "mestiere delle armi" grazie al quale lo Stato si garantisce il monopolio della violenza all'interno e, tendenzialmente, all'esterno. Perché allora definirlo "eroe"? forse che si definiscono eroi le migliaia di morti annue sul lavoro, quello vero, quello che pur sottoposto al dominio del capitale, crea beni e servizi? O forse è stata la morte, causata da una bomba umana, a trasformarlo in eroe? Ma se così fosse perché non si sono definiti eroi le vittime della strage di Stato di piazza Fontana, dell'Italicus, di piazza della Loggia, della stazione di Bologna, ecc?
Se si hanno bisogno di eroi vuol dire che, a fronte delle crescenti difficoltà a giustificare la guerra di occupazione dell'Afganistan, si rispolvera la solita, stantia, retorica militarista per rilanciare quell'union sacré tipica di tutti i regimi.
Con la finanziaria si sono già aumentate le spese militari, grazie all'accordo di tutti i partiti della maggioranza, ora si costruiscono eroi. A quando il rullare dei tamburi?

Da "Umanità nova" n°39 del 2 dicembre 2007.