Strage di Amendolara: o le nostre vite, o i loro profitti!

  Il primo giugno, ad Amendolara, è stata scritta una delle pagine più spietate della storia recente del nostro territorio . Quattro giovani lavoratori, quattro braccianti: • Waseem Khan (29 anni), originario del Pakistan; • Amin Fazal Khogjani (28 anni), originario dell'Afghanistan; • Safi Iayjad (27 anni), originario dell'Afghanistan; • Ullah Ismat Qiemi (19 anni), originario dell'Afghanistan; sono stati bruciati vivi, bloccati con la forza in una trappola di lamiere da due caporali. La loro unica colpa è stata quella di aver osato alzare la testa chiedendo il salario che spettava loro , insieme al rispetto della dignità umana e ai propri diritti contro un sistema di sfruttamento brutale e feroce che li voleva schiavi, invisibili e ricattabili. Ciò che è successo ad Amendolara è il risultato prevedibile e feroce del caporalato, implacabile ingranaggio ad uso di avidi padroni e padroncini, ben oliato da politiche che sempre nel nome del profitto, specie nel comparto agrico...

9 maggio 1978 ricordiamo l'assassinio del compagno Peppino Impastato.


Il 9 maggio 1978 veniva barbaramente ucciso Peppino Impastato, attivista politico, giornalista, comunista.

Le circostanze del suo assassinio restano impresse nella memoria collettiva come un atto di violenza brutale perpetrato dalla mafia contro un uomo che aveva scelto di porsi dalla parte degli ultimi.
Il suo barbaro omicidio su mandato dei boss mafiosi che non tolleravano più di essere sbeffeggiati e umiliati dal coraggio di Peppino non riuscì a soffocare la sua voce ribelle, la sua lotta per una società più giusta e solidale.

Impastato comprese che la mafia non era (e non è tuttora) un fenomeno isolato, ma una manifestazione diretta del sistema economico in cui operava. La mafia, in alleanza con le classi dominanti e la borghesia locale, sfruttava la classe lavoratrice, controllava l'economia e influenzava la politica per garantire il proprio potere e il proprio profitto.

Peppino si impegnò nella lotta per l'uguaglianza sociale e l'emancipazione dei lavoratori.
La sua voce denunciava apertamente le strutture di potere della mafia e il loro ruolo nel perpetrare lo sfruttamento e l'ingiustizia sociale.


La sua morte non fu vana, il suo agire vive ancora nei cuori di coloro che continuano a combattere per un mondo senza sfruttamento, senza oppressione e senza mafia, un mondo in cui il potere e la ricchezza siano condivisi equamente tra tutti.