Strage di Amendolara: o le nostre vite, o i loro profitti!

  Il primo giugno, ad Amendolara, è stata scritta una delle pagine più spietate della storia recente del nostro territorio . Quattro giovani lavoratori, quattro braccianti: • Waseem Khan (29 anni), originario del Pakistan; • Amin Fazal Khogjani (28 anni), originario dell'Afghanistan; • Safi Iayjad (27 anni), originario dell'Afghanistan; • Ullah Ismat Qiemi (19 anni), originario dell'Afghanistan; sono stati bruciati vivi, bloccati con la forza in una trappola di lamiere da due caporali. La loro unica colpa è stata quella di aver osato alzare la testa chiedendo il salario che spettava loro , insieme al rispetto della dignità umana e ai propri diritti contro un sistema di sfruttamento brutale e feroce che li voleva schiavi, invisibili e ricattabili. Ciò che è successo ad Amendolara è il risultato prevedibile e feroce del caporalato, implacabile ingranaggio ad uso di avidi padroni e padroncini, ben oliato da politiche che sempre nel nome del profitto, specie nel comparto agrico...

La foto che non cambiò la storia


La foto qui sopra è stata scattata il 4 giugno del 1989, 30 anni fa, dal fotografo Jeff Widener della Associated Press dal sesto piano dell'hotel di Pechino, lontano all'incirca 1 km da piazza Tienanmen. Nota come il Rivoltoso sconosiuto è diventata simbolo dell'opposizione del debole contro il forte, di chi vuole stabilire la propria libertà contro l'oppressore.
Al di là delle polemiche intorno a questa interpretazione (molte fonti, infatti, riferiscono che in realtà i rivoltosi ebbero vita facile contro l'esercito cinese), questo scatto rappresenta, oggi, anche la sconfitta più fulgida della democrazia. Dopo quei fatti, praticamente tutti i paesi occidentali diedero il via a una serie di embarghi contro la Cina, mentre le riforme di politica interna vennero praticamente bloccate. Non solo oggi quasi tutti i paesi occidentali fanno affari con il paese asiatico, mentre embarghi e boicottaggi statunitensi vengono fatti per motivi di protezionismo, ma i dissidenti politici vengono arrestati e imprigionati e per lo più la chiave viene, come si suol dire, gettata via. Emblema di tutto ciò è Liu Xiaobo, Premio Nobel per la pace nel 2010 (che non andò mai a ritirare): egli ebbe, per così dire, la fortuna di morire fuori dal carcere, in un ospedale di Shenyang, il 13 luglio 2017. Non era un uomo libero, ma ancora prigioniero della Repubblica Popolare Cinese, che formalmente è una democrazia.