30 luglio 2015

Bamboccioni d'Europa

Con il termine bamboccioni, arrivato agli onori delle cronache alcuni anni fa grazie a un ministro della repubblica italiana, si identificano, almeno in Italia, tutti quegli italiani che vivono con i genitori. Da alcuni dati diffusi lo scorso anno tra la popolazione europea tra i 25 e i 34 anni, un utente reddit (sempre un anno fa) ha realizzato la mappa seguente:

Sono molte le motivazioni che spingono a restare in casa così a lungo. Alcune, forse le principali, sono riassunte da BkkGrl:
  • il prezzo degli affitti;
  • il tasso di disoccupazione;
  • gli aiuti (o per meglio dire la loro assenza) da parte del governo.
A queste aggiungerei anche le problematiche legate alle tasse (le famiglie pagano soprattutto in Italia tasse inferiori rispetto ai singoli quando si staccano dal nucleo originale senza crearne uno autonomo) e, sicuramente per i paesi mediterranei, ma probabilmente per tutti i paesi con una colorazione dal giallo in su, anche il forte attaccamento alla famiglia (o per contro il forte attaccamento della famiglia ai figli...) e dovremmo avere il quadro generale della questione.
Quale delle due situazioni opposte, ovvero tra un'uscita precoce e una ritardata, sia la migliore (o se il meglio, come al solito, si trova nel mezzo) è qualcosa che sta alle sensibilità di ciascuno, ma è indubbio come la maggior parte dei punti su elencati sono legati essenzialmente alla percentuale di ingerenza dello stato nella vita di ciascun cittadino.
via Brilliant Maps

07 luglio 2015

Crisi politica ed economica nella penisola ellenica

Ho scritto e riscritto l'introduzione di questo post molte volte. Nessuna delle considerazioni che avevo scritto mi sembrava abbastanza intelligente. Diciamo che ciò una buona introduzione può essere quanto scritto da Roberto @gravitazero.
Il testo che segue qui sotto, invece, è un estratto dell'articolo "Partiti allo sbando e persone fluttuanti" di Giorgio Galli su linus 600, scritto e uscito ben prima della crisi del referendum.


La crisi dei partiti tradizionali ha dato luogo, nella penisola ellenica, al fenomeno nuovo del formarsi di una nuova coalizione di sinistra che una giovane leadership è riuscita a costruire, definendola radicale, coi frammenti dell'antico gauchismo rissoso. A seguito dell'impoverimento del Paese, imposto non dalla tendenza allo sperpero dei lavoratori e dei pensionati greci, ma dalle mode del capitalismo globale, come le Olimpiadi del 2002 e l'acquisto di armi per fronteggiare la Turchia sulla questione di Cipro, con conseguenti ricatti delle banche multinazionali soprattutto tedesche, la coalizione Syriza è arrivata in pochi anni al 35 per cento dei voti, ha sfiorato la maggioranza dei seggi grazie a una legge elettorale inventata per far vincere una coalizione opportunista tra socialdemocratici e liberali, entrambi succubi dei banchieri, legge che si è rivelata un boomerang a favore di Tsipras, che ha formato il governo alleandosi con un partito dell'anticapitalismo di destra (un fenomeno sul quale insisto e che solitamente viene definito populismo).
Questo governo, espresso da un Parlamento eletto secondo le regole della democrazia rappresentativa, forse non ha spezzato le reni alla troika, ma l'ha almeno indotta a mutare un nome divenuto famigerato in quello più neutro di "gruppo di Bruxelles"; nello stesso tempo è un governo che si comporta in un modo divenuto stravagante nelle democrazie rappresentative europee: pretende di mantenere le promesse fatte all'elettorato di lavoratori, pensionati e ceto medio che gli ha conferito il mandato. Non si tratta di follia sperperatrice, ma di portare a 750 euro un salario minimo ridotto dalla crisi a poco più di 500 e di ripristinare i contratti collettivi di lavoro, invece delle mani libere alle aziende (come da noi con Marchionne e il jobs act). Ma il gruppo di Bruxelles dichiara apertamente, stravolgendo le regole della democrazia, che governo e Parlamento greco non devono mantenere l'impegno con il loro elettorato, ma quello di pagare i debiti contratti dai predecessori battuti dalle urne, che li avevano contratti per seguire le suddette mode del capitalismo globale.
Per capire come funziona attualmente la democrazia elettorale, confrontiamo questa cifra (750 euro) con quanto accade nella più grande democrazia rappresentativa del mondo, gli Stati Uniti, dove ha annunciato la sua candidatura per i democratici per le elezioni presidenziali del 2016 la signora Clinton, che forse dovrà fronteggiare come candidato repubblicano Jeb Bush, figlio di George I, fratello di George II: una competizione dinastica tra i Clinton e i Bush che dura ormai da oltre un quarto di secolo. La stampa statunitense ci informa che il costo per i due candidati per questo tipo di competizione aveva raggiunto nel 2012 la cifra record di due miliardi di dollari. Per il 2016, i fratelli Koch, proprietari di una grande azienda che produce carbone, hanno promesso di mettere a disposizione di un candidato della destra conservatrice almeno 800 milioni di dollari, cioè quasi l'intero budget di un candidato del 2012. Un altro magnate, Sheldon Adelson, che dispone di una fortuna di trentasei miliardi di dollari, proprietario del più diffuso giornale in lingua ebraica e di un casinò a Las Vegas, come già nel 2012 mette decine di milioni a disposizione di candidati disposti a sostenere la linea politica di Netanyahu. La democrazia rappresentativa è ridotta al punto che la stessa superclass (l'espressione è del sociologo nordamericano David Rothkopf, che ne è stato consulente) che dispone di trenta miliardi e ne spende ottocento milioni per una campagna elettorale, coi suoi membri del gruppo di Bruxelles, nega 750 euro mensili a un lavoratore greco.

03 luglio 2015

La Grecia e la troika

un paio di grafici dai tweet di @ultimenotizie via @gravitazero
La #Grecia seguendo le regole della troika ha perso il 25% del pil tra il 2010 e il 2014, -20% il pil procapite nello stesso periodo. [1]


Con la troika dal 2010 al 2014 il reddito medio dei greci è sceso del 30%, mentre i cittadini sotto la soglia di povertà, nel 2013 a +34,6%. [2]

Non so se la troika sia il problema, come suggerirebbero i tweet, ma se realmente la Grecia ha seguito le regole imposte dall'esterno forse non è stata nemmeno la soluzione migliore (certo ci vorrebbe una controprova).