25 aprile 2013

La Calabria che resiste

La resistenza partigiana è stato uno dei momenti più importanti della Seconda Guerra Mondiale. In particolare dopo che l'Italia siglò l'accordo con gli Alleati contro la Germania, compagno di guerra durante le prime fasi del conflitto, il contributo dei partigiani per sostenere la popolazione e resistere contro i tedeschi diventati di colpo invasori fu fondamentale, mentre gli Alleati, partendo dalla Sicilia, iniziavano l'opera di liberazione della penisola. I partigiani, nella memoria popolare, vengono quindi mitizzati, anche giustamente, un po' come tutti quei meridionali che, a un certo punto, decisero di darsi al brigantaggio contro i piemontesi, che dopo le speranze legate alla sconfitta dei borbonici da parte di Garibalidi e alla conseguente unità d'Italia, si comportarono come dei veri e propri invasori, imponendo leggi incomprensibili che aumentavano le tasse e sottraevano, con la leva obbligatoria, la forza lavoro necessaria a pagare quelle tasse.
Proprio la storia del brigantaggio post-unitario, che con tutte le ombre del caso (in fondo molti di loro più che combattere contro i piemontesi si sottraevano alle loro imposizioni) portò una resistenza contro quello che veniva inteso solo come un nuovo padrone che si mostrava anche peggio di quello precedente, fu il terreno fertile su cui le organizzazioni criminali fondarono il loro successo. Diffondendo, infatti, la falsa voce di essere la naturale prosecuzione dei moti ribelli briganteschi, i clan mafiosi che mossero i primi passi un po' in tutto il meridione costruirono il loro controllo sulle popolazioni locali innanzitutto sul mito, quindi sul rispetto e poi sulla paura e sul sangue laddove i primi due non riuscivano ad essere sufficienti per ottenere il necessario controllo sociale.
In particolare in Calabria, regione particolarmente difficile anche e soprattutto per la sua geografia, le 'ndrine hanno costruito una base forse ancora più solida rispetto alle consorelle camorra e mafia proprio grazie a dei legami familiari molto stretti. E guai a chi, questi legami, li rompe. Come Massimiliano Carbone, che ha avuto il torto di innamorarsi di una donna sposata. E di avere un figlio da lei. Peccato che quella fosse la donna sbagliata:
Io sono convinta che Massimiliano sia morto di parto. E' stato ucciso, con molte probabilità, perché colpevole di essere padre amorevole di un bimbo nato dalla relazione extraconiugale con una donna di 10 anni più grande. Quella donna ha ricevuto mio figlio nel letto matrimoniale. E' stata la violazione massima.
Ucciso non solo per vendetta, per gelosia e perché non si conclamasse l'onta delle corna, ma anche e soprattutto per cinico utilitarismo. Massimiliano doveva tacere. Ma soprattutto non avrebbe dovuto proporre istanza di riconoscimento legale.
Calabria ribelle
Questo racconta la madre, Liliana Carbone, al giornalista Giuseppe Trimarchi, uno che la Calabria se l'è girata alla ricerca di altre storie di resistenza quotidiana alle 'ndrine, che ha cercato gente come Gaetano Saffioti, imprenditore di Palmi. E se Liliana, donna di Cosenza trapiantata a Locri, ogni giorno lotta per mantenere viva la memoria di Massimiliano, per il quale chiede giustizia, dopo aver indicato più e più volte il colpevole dell'omicidio del figlio, Gaetano è in un certo senso un imprenditore in trincea che si è ribellato al pizzo, ma che da questa scelta ha ricevuto solo problemi: l'allontanamento di amici e parenti, la scomparsa dei clienti in Calabria e in Italia e spesso anche in Europa, in quella occidentale, che in quella dell'Est o in Medio Oriente riesce a lavorare bene, invece. E' questo il riconoscimento materiale che è stato dato a Gaetano Saffioti per il suo fondamentale contributo all'avvio delle indagini che sono passate sotto il nome di Tallone d'Achille e che hanno portato all'attenzione di tutti i loschi affari delle famiglie Bellocco di Rosarno, Piromalli e Molè di Gioia Tauro, Romeo di Castellace, Nasone di Scilla, Gallico di Palmi, Mazzagatti-Ruffa di Oppido Mamertina.
Ma non ci sono solo loro in Calabria ribelle: troviamo anche la storia di Deborah Cartisano, figlia di Adolfo Lollò Cartisano, fotografo di Bovalino, che fece qualcosa di impensabile: d'accordo con le forze dell'ordine, fece arrestare i suoi aguzzini, gli appartenenti alla 'ndrina di San Luca che gli avevano chiesto il pizzo. Certo non c'è alcuna evidente connessione tra quell'episodio e l'uccisione di Cartisano, i cui rapitori e poi assassini provenivano da Africo, ma per Deborah questo filo rosso esiste: l'idea che proprio il padre sia stato scelto, tra i tanti, perché un ribelle. E un ribelle contro una famiglia, è un ribelle contro tutte le famiglie, contro un intero sistema.
E un altro ribelle è Gianluca, il figlio di Mario Congiusta, ucciso perché era entrato in possesso della lettera con la quale la cosca dei Costa chiedeva il pizzo alla fidanzata. E poi Stefania Grasso, che in Libera cerca di tenere alta la memoria del padre Cecé, meccanico di Locri, anche lui ucciso perché si è ribellato alla tirannide del pizzo, e c'è Michele Luccisano, vittima di strozzo, che neanche lui sa come si è trovato in mano a questi aguzzini spietati. E infine c'è don Pino Demasi, simbolo di quella Chiesa cattolica che combatte a fianco della gente, quella chiesa che troppo spesso è lontana con le sue istituzioni più alte, proprio come lo Stato.
Calabria ribelle non è, però, solo una testimonianza della resistenza della regione all'abbraccio letale delle 'ndrine, è anche una speranza che qualcosa, finalmente, sia in cambiamento grazie all'impegno dei ribelli raccontati da Trimarchi e di tutti quelli che non c'era spazio per raccontare, e grazie all'impegno di associazioni come Libera.
E' la Calabria che resiste, quella troppo spesso lasciata in silenzio. E' la Calabria che cerca di dare una speranza non solo a tutta la regione, ma a tutta l'Italia, anche a quella che la 'ndrangheta continua a ignorarla, per convenienza molto spesso economica.

Nessun commento: