17 dicembre 2012

Duomo d'onore


(via instagram)
Ogni volta che scrivo uno spettacolo butto una scaletta di corda nel burrone delle mie cose peggiori e ritorno in superficie solo qualche giorno più tardi portandomi dietro il mio odore di zolfo. Erano anni che non scrivevo di mafie al nord, da quel A 100 passi dal Duomo che mi ha circuito come una sciantosa infedele e pericolosa che una mattina mi ha fatto svegliare da solo nel letto. Sono passati anni e sembra un’era di rivoluzioni, evoluzioni e qualche involuzione che ci è scappata di mano: la politica, i libri, gli amici persi e poi ritrovati, le reti che abbiamo tirato su all'alba e hanno portato pescato bellissimo, vecchie scarpe e denti pronti a staccarti una mano. Non sarei più capace di tornare in scena con la profumata spensieratezza di quel debutto di qualche anno fa, non ho più nemmeno il pulsante per convincermi che questa storia di fili e paure sia una parentesi breve come un'avventura: torno in scena invecchiato nella botte di questi miei tempi e con un retrogusto barricato amaro di un'abitudine alla solitudine più che alla paura.
(Giulio Cavalli, Duomo d'onore)

Duomo d'onore, che ha concluso giusto ieri di andare in scena al Teatro della Cooperativa a Milano, in zona Niguarda, è in effetti una sorta di prosecuzione di A 100 passi dal Duomo, ed è, nello stile di Giulio Cavalli, che sale in scena con Guido Baldoni alla fisarmonica, strumento musicale universale che unisce l'Italia tutta, una raccolta di storie di vittime di 'ndrangheta, una di quelle cose (pessime) che la Calabria ha esportato nel mondo, che partono da Lea Garofalo (i cui resti sono stati ritrovati circa un mese fa), uccisa perché ha provato a uscirne, da quella grande e opprimente famiglia, quella 'ndrangheta da cui uscire è una sfida. Mortale.
Poi c'è chi protesta e si mette contro, senza nemmeno saperlo, perché spesso quando ci si oppone all'ingiustizia, il nemico dietro è spesso la mafia, la 'ndrangheta, la criminalità organizzata in generale. E così succede che a difendere i diritti dei lavoratori, a provare a scioperare per ottenere dei trattamenti migliori, magari a uscire fuori dal nero, si finisce pestati a morte come Nicola Padulano:
Nicola Padulano è un operaio siciliano e un gran lavoratore. Fa il sindacalista. Nel 2005 lavora per la cooperativa Ytaca. L'impresa gestisce il carico, lo scarico, il trasporto e lo stoccaggio delle merci. Il suo committente è la Sma, uno dei marchi più noti della grande distribuzione alimentare. La Ytaca è di proprietà del boss Marcello Paparo. Padulano raccoglie le proteste degli operai e organizza qualche sciopero. Il dirigente della Sma contatta Paparo: 'Eh, ma guardi che questo inizia a crearci dei problemi'.
Il boss manda un'ambasciata a Padulano facendogli sapere che se si dimette otterrà un corposo extra… Poco dopo due uomini aspettano Nicola sotto la sua abitazione. 'Padulano!' gridano. Lo massacrano di botte. Il fatto è riportato nel mattinale della Questura. Nessun giornalista lo ritiene rilevante: così a Milano un'aggressione in puro stile mafioso passa per l'ennesima volta sotto silenzio.
E poi ci sono tutte quelle vittime silenziose, quelle a cui ha dedicato un altro ampio pezzo della rappresentazione, tutte quelle persone che sono preda del gioco d'azzardo, una dipendenza ancora non riconosciuta in Italia e dalla scienza medica(1) (più o meno), o tutte quelle che lo diventano, vittime silenziose, per paura o minacce, che prima trovano il coraggio di denunciare e poi ritrattano, qualcuna negando addirittura l'evidenza delle intercettazioni.
E poi c'è il bonus finale, quello che ho ascoltato per la terza volta, ma che ogni volta mi piace riascoltare, perché Giulio Cavalli sa raccontare e sa emozionare: la storia di Bruno Caccia, del suo cane e della sua scorta, mandata in libera uscita proprio nella notte in cui lo hanno ammazzato. Il 26 giugno del 1983. A Torino. Quando ancora la mafia non esisteva nemmeno in Sicilia, dicevano i bene informati...

La cosa bella, veramente bella dello spettacolo, però, non è solo l'emozione di fronte alle storie, che danno una dimensione diversa al contare i morti, come si dice all'inizio dello spettacolo, ma quel tentativo di riderci un po' su, magari leggendo un po' di intercettazioni sgrammaticate, ma non certo per sottovalutare, ma quasi per dire:

Ecco! Non ci fate paura! Noi, uniti, insieme, combattiamo la nostra paura ridendo di voi!

05 dicembre 2012

Il concetto di giustizia

Scrive apophis:
A fine anno il negozio dove lavora mia moglie chiude. Zero sussidi, zero indennità, zero liquidazione.
Nel mentre, io sarò impegnato a pagare per aiutare quelli di ilva, carbosulcis, alcoa, fiat.
Giustizia sociale, la chiamano. Il "sociale" l'ho capito. Mi sfugge però il concetto di giustizia.
(via Fabristol su tumblr)